La Resistenza cubana

… Il 9 marzo 1970 ci trasferiscono da La Cabaña a Guanajay, l’ex penitenziario nazionale femminile. Questo centro di reclusione viene usato da più di due anni e mezzo per i prigionieri politici. Qui ci sono delle celle da tre persone. Tony Lamas, Silvino Rodríguez ed io prendiamo una di queste. Ci troviamo nella zona D, la zona delle vecchie segrete “murate”. Si tratta di celle punitive, quasi ermetiche, buie, con un pannello d’acciaio come porta, che è stato ora sostituito da una griglia. Sono state utilizzate per torturare e terrorizzare le prigioniere plantadas. Oltre ai vari abusi, veniva loro razionata l’acqua per costringerle alla sporcizia e alla disperazione, spezzando, così, ogni volontá di resistenza.
La storia della resistenza merita un lungo capitolo segnato dall’eroismo delle prigioniere politiche cubane che hanno difeso la propria dignità individuale e i diritti del loro popolo. Grazie alla corrispondenza mantenuta con diverse di loro, siamo a conoscenza degli orrori che subivano e della dimensione tragica con la quale il sadismo castrista colpiva le loro famiglie.
Aracelis Rodríguez San Román era una giovane prigioniera politica. La sua modesta famiglia possedeva una piccola fattoria a Paso Real de San Diego, nella provincia di Pinar del Rio. Il 20 maggio del 1964, arrestano Aracelis e, dopo serrati interrogatori, le annunciano che suo fratello Gilberto era stato ucciso nella battaglia: “Abbiamo ucciso tuo fratello, che era venuto con altri controrivoluzionari degli Stati Uniti. Vieni a vederlo”. Di suo fratello non rimane che un ammasso insanguinato, irriconoscibile. Le dicono che suo zio Esteban faceva parte dello stesso gruppo e che si era ucciso prima di essere catturato. Dopo, la trasferiscono nella prigione Kilometro 5 1/2, dove viene rinchiusa con le più violente prigioniere comuni: criminali, drogate, prostitute, squilibrate. Aracelis passa nove mesi in un ambiente fatto di violenza, volgarità e terrore, prima di essere condannata a vent’anni di prigione per “crimini contro la sicurezza dello Stato”. Suo cognato, Lazaro Araya, che era stato imprigionato, viene giustiziato. I suoi fratelli Gerardo, Rodolfo, Tebelio e suo zio Ramòn sono condannati a lunghe pene di prigione. Il resto della famiglia, compresi i bambini, è espulso dalla proprietà di Pinar del Rio. Vengono condotti e “concentrati” in un tugurio nei dintorni de L’Havana.
Georgina Cid e Ofelia Rodríguez Roche, due giovani rivoluzionarie che hanno partecipato alla lotta contro la dittatura di Batista, anche loro vengono fatte prigioniere. Un fratello di Georgina era stato assassinato dalla polizia di Batista nell’ambasciata di Haiti a L’Havana. Dopo il trionfo della rivoluzione nel 1959, Ofelia sposa Francisco Cid, fratello di Georgina. Come molte famiglie cubane, i Cid hanno rifiutato il tradimento comunista e hanno dato il loro appoggio alla resistenza. Nel marzo del 1961, le due ragazze vengono portate nella prigione di Guanabacoa e, dopo essere state bistrattate e aver subito numerosi maltrattamenti, vengono condannate ad una pena detentiva. Ofelia lascia a casa un figlio di sei mesi. Francisco, il padre del bambino, sfugge all’arresto scappando negli Stati Uniti. Un giorno del 1967, dopo anni di reclusione abusiva, alcuni ufficiali della sicurezza dello Stato fanno uscire Ofelia e Georgina di prigione e le conducono, in macchina, in una camera ardente. Qui trovano Eladio Cid, padre di Georgina e suocero di Ofelia, morto misteriosamente a Villa Marista, il quartier generale della Sicurezza dello Stato, e non riescono a sapere né quando né perché fosse stato arrestato. Nell’agosto del 1969, alcuni agenti del G-2 vengono nuovamente in prigione a cercarle. Le portano a Villa Marista e le rinchiudono in celle separate. Verranno a sapere, tutte e due, che Francisco, il marito di Ofelia, era tornato clandestinamente dagli Stati Uniti attraverso la zona di Guantanamo ed era stato catturato.
A Villa Marista, viene proposto a Georgina di diventare la talpa della Sicurezza dello Stato all’interno della prigione; in cambio di un cambiamento delle sorti di suo fratello. Lei risponde: “Avete già deciso delle sorti di mio fratello. Inoltre, non posso rinunciare ad essere quello che sono, né per lui né per me”. Condotta davanti a Francisco, Georgina stenta a riconoscerlo. Cosa hanno fatto a suo fratello? Il suo corpo è poco più che scheletrico. Probabilmente gli hanno tolto troppo sangue. (In una nota Matos racconta che era una pratica della dittatura castrista prelevare sangue ai prigionieri prima della loro esecuzione. Ndr). Intuendo le pressioni che il G-2 avrebbe esercitato su sua sorella, Francisco la anticipa e le dice: “Non ti preoccupare per me, già non conto più”. Gli ufficiali dell’interrogatorio falliscono nel tentativo di abbattere il morale di Ofelia, anche portandola davanti a suo marito. L’incontro ha luogo in presenza di due agenti. Francisco dice ad Ofelia: “Non credere a niente di quello che ti diranno”. Manteneva il controllo, era irremovibile.
Qualche mese dopo, il 7 dicembre del 1967, Francisco Cid viene giustiziato.
Olga Rodríguez era una giovane insegnante nella città di Santa Clara. Era insorta, nelle montagne d’El Escambray, contro la dittatura di Batista. Lì aveva sposato William Morgan, un nordamericano, il comandante ribelle del gruppo d’Eloy Gutiérrez Menoyo. Al momento del trionfo della rivoluzione, la coppia gode della fiducia e della simpatia di Castro, che affida al comandante Morgan delle responsabilità amministrative all’interno di progetti di cui si occupa Che Guevara. Nell’ottobre del 1960, vengono arrestati e accusati di essere degli anti-rivoluzionari. Olga riesce a fuggire con le sue due bambine, ma viene arrestata di nuovo a marzo del 1961. Una settimana dopo, il secondino le dice: “Lei è la vedova di Morgan”. E’ così che viene a conoscenza della fucilazione del marito, senza sapere né quando né in che circostanze sia successo. “Il mio universo è precipitato, si è infranto in mille pezzi quando mi hanno dato questa notizia”, racconta Olga.
Marina García, la mia giovane assistente nella colonna 9, mi scrive per raccontarmi che è stata condannata a vent’anni di prigione. La lista delle prigioniere politiche è infinita e gli abusi commessi nei loro confronti sono inspiegabili. Molte di loro sono state arrestate e condannate perché si sono opposte attivamente al tradimento della rivoluzione; altre sono vittime delle circostanze, condannate sulla base di sospetti o a causa dei loro legami familiari con degli oppositori del regime. I Castro trattano le donne prigioniere con una crudeltà e un disprezzo tale da sminuire il trattamento che Batista destinava alle poche donne arrestate e condannate durante la sua dittatura. Le eroine sono numerose: Polita Grau, Luisa Pérez, Ana Lázara Rodríguez, Doris Delgado, Cary Roque, Sara del Toro, Carmina Trueba, Manuela Calvo, Reina Peñate, Gladys Chinea, Ana María Rojas e migliaia di altre sono state testimoni delle barbarie nelle prigioni castriste. (Tratto da Et la nuit est tombée di Huber Matos, Les belles lettres, Paris 2006).
Gli anni: 1961, 1964, 1970! Una prova in più della consustanzialità fra comunismo e totalitarismo. Speriamo che il libro di Huber Matos, uno degli artefici della rivoluzione cubana, che per essersi opposto alla svolta comunista dei Castro ha fatto vent’anni di carcere, venga presto tradotto anche da noi. (E che possa capitare sul tavolo anche di quel nostro ministro così facile alla commozione).
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