Trece rosas rojas

Un libro da tradurre: Trece rosas rojas, di Carlos Fonseca (Ed. Temas de Hoy).
Tredici rose rosse, tredici giovanissime operaie spagnole fatte fucilare da Franco nel ‘39, pochi mesi dopo la fine della guerra civile. Riportiamo una pagina del libro.
4 Agosto 1939… Il rumore dei chiavistelli, il tintinnio delle chiavi e i passi delle funzionarie rimbombarono nel silenzio della notte. Una notte d’estate, calda, rotta solamente dai latrati lontani dei cani, dai colpi di tosse delle interne, dal pianto smorzato di alcuni bambini che soffrivano per essere loro figli, e dall’agitazione dei corpi che si sfioravano per la mancanza di spazio. Più di 4000 prigioniere in uno spazio destinato a 450, disposte tra celle, corridoi, scale e bagni.
Tutte sapevano ciò che stava per accadere e il carcere era tutto un brusio. La direttrice e la sua luogotenente si diressero prima al dipartimento minorile, al quale le autorità del carcere alludevano con il nome altisonante di Escuela de Santa María. In realtà non era niente più che una sala attrezzata con un enorme tabellone sostenuto alle estremità da due cavalletti, che faceva le veci di un tavolo, e diverse panche, dove le più giovani convivevano con due recluse che lavoravano come insegnanti, e un’ufficiale carceraria, Violeta, che tutte conoscevano come Zapatitos. Quelle che venivano internate lì godevano di uno spazio maggiore rispetto alle altre prigioniere ma, in cambio, non potevano uscire dal dipartimento se non venivano accompagnate dalla guardia. Il tabellone veniva ritirato di notte affinché le interne potessero stendere a terra le stuoia per dormire. E così le trovarono quando andarono a cercarle.
Anita, Ana López Gallego, aveva cucito fino a mezzanotte passata: una cinghia per libri in tela di sacco. “Credo che per stanotte posso andare a dormire”, disse con sollievo, e la sua amica Carmen convenne con lei. Fu allora che si aprì la porta. C’erano la signora direttrice e la sua funzionaria di fiducia, avvolta in un velo di colore blu navy. Aveva in mano la lista. Perfino la guardia si allarmò intuendo quello che stava per accadere. “Per Dio, signorina María Teresa, questo è terribile, questo è un crimine”.
Anita si alzò. Non aveva avuto il tempo di conciliare il sonno. E non aveva dubbi che fossero venute per loro.
“Non chiami le mie compagne, le chiamo io”.
E fu lei a svegliarle. Svegliò Victoria Muñoz e Martina Barroso. Loro tre erano le uniche condannate a rimanere nel dipartimento minorile, sebbene solo la prima avesse 18 anni, e altre ragazze della sua età o più giovani di lei fossero sparse nell’enorme caos che era la prigione. Martina aveva già compiuto 22 anni e Anita ne aveva 21.
“Povera mia madre!”.
Piangeva Victoria. E lo faceva con una cadenza nervosa, senza smancerie, più preoccupata per i propri parenti che per se stessa.
“La mia povera madre! Prima Juan, e ora Goyito e io”. Suo fratello Juan era morto in un commissariato per le bastonate ricevute, e Gregorio, Goyito, era stato fucilato il 18 maggio. Disperata, si aggrappò al collo di María del Carmen Cuesta e cominciò a gridare: “Mari, mi ammazzano! Mari, mi ammazzano!”.
La voce di Anita suonò ferma, ma non di rimprovero. “Per favore, Victoria, sii forte”. E Victoria Muñoz García, così si chiamava, smise di piangere.
Cominciarono a vestirsi con gli abiti migliori. E le calze. Le loro compagne le aiutavano come se lo stessero facendo con delle bambine. Con le mani tremanti. “Ho la cucitura delle calze a destra?”, chiese Anita. E tutte si abbracciarono.
“Martina mi disse prima di uscire: Mari, cerca di sistemare le cose perché ti uccideranno come noi -racconta María del Carmen Cuesta- Nessuna diceva niente, non potevamo quasi respirare. Molte si inginocchiarono, io insieme a loro, e rimanemmo così qualche istante. Avevamo paura ad alzarci. Eravamo spaventate”.
Il “prelievo” continuò per tutta la prigione, finché la lista non venne completata. Il carcere di Ventas non disponeva ancora di un passaggio per le condannate a morte e le funzionarie dovevano andare di sala in sala per cercare le donne presenti nell’ordine d’esecuzione. I nomi, i loro nomi, rimbombarono per le gallerie, viaggiarono di bocca in bocca: “Si portano via le ragazze”. Ana López Gallego, Victoria Muñoz García, Martina Barroso García, Virtudes González García, Luisa Rodríguez de la Fuente, Julia Conesa Conesa, Elena Gil Olaya, Dionisia Manzanero Sala, Joaquina López Laffite, Carmen Barrero Aguado, Pilar Bueno Ibáñez, Blanca Brisac Vázquez e Adelina García Casillas. Sì, anche Adelina, la mulatta, così come la conoscevano tutte per la sua pelle scura e le sue labbra carnose; l’unica interna che potesse muoversi senza problemi per tutta la prigione gridando i nomi delle destinatarie della corrispondenza. Tredici donne senza speranza.
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