Addio, Michele Ranchetti

Michele Ranchetti è morto a Firenze, il 2 febbraio 2008, a ottanta anni.

Parlava piano Michele. A bassa voce.
Usava le parole con parsimonia e riservatezza. Scriveva poesie brevi, tra i lunghi, importanti, articoli di Franco Rodano e Claudio Napoleoni, su “La rivista trimestrale”, pubblicata quaranta anni fa da Paolo Boringhieri, l’editore per cui lavoravo e di cui lui era un consulente di spicco.
Non occupava molto spazio, se non nei pensieri.
“Eh sì! -mi ha detto una volta- sono piccolo, gracile, ed anche un po’ sordo.” Un po’ sordo, oltre che piccolo e gracile, lo era davvero, ma si rifaceva costringendo tutti all’attenzione e al silenzio, per capire ciò che diceva.
Era bravo a disegnare ed incidere. Forse era l’attività in cui era più bravo; o almeno che suscitava in me più stupore e ammirazione. Forse perché a mettere le parole in fila, più o meno bene, siamo capaci tutti; ma a rendere l’Apocalisse con le incisioni -lo scheletro del vitello nello scheletro della madre- non proprio tutti.
Disegnava quelli con cui stava parlando, una redazione per esempio; e ti lasciava a chiederti se in quel te stesso che avevi davanti sulla carta, non ci fosse un aspetto di te per te un po’ inquietante, non del tutto noto.
Non ho conosciuto nessuno più apparentemente vicino all’ideale -evoliano e jüngeriano- dell’intellettuale, dell’artista totale -scrittore, poeta, incisore, filosofo – e più intimamente, totalmente, diverso, opposto, a quell’ideale. Il contrario del gelido, sprezzante, resoconto di Jünger da Parigi occupata, con i bellissimi disegni naturalistici, con il competente apprezzamento dell’arte; così sicuro della propria superiorità da guardare con disprezzo anche l’occupazione.
Michele, ridotto all’osso, aveva il baricentro nell’etica. Nell’etica praticata, nella concretezza dei rapporti, nell’amicizia. Un amore così grande della verità da risultare spietato.
Era capace di discutere di carità, di obbedienza e di potere parlando di sé e dei suoi; di suo figlio; del suo rapporto con suo figlio.
Una volta, quando lavoravo per Einaudi, mi presentò a Delfino Insolera, che, con ben altro peso, lavorava per Zanichelli. Delfino, commentando eventi vari, mi aveva assimilato a sé come partecipe della forza e della sofferenza del mestiere di fare libri contrapposto al potere di chi possiede e comanda. Michele interloquì: “No, lui non è il mestiere. E’ una vitalità culturale. Ma, proprio per questo, non reggerà. Lo digeriranno o lo vomiteranno.”
Ha fatto tante cose Michele, anche pratiche, di cui conosco solo una piccola parte.
Il lavoro per Olivetti e Feltrinelli; l’amicizia-collaborazione con Felice Balbo, Paolo Boringhieri, Claudio Napoleoni, Franco Rodano; l’avvio dell’edizione dell’opera omnia di Sigmund Freud; le traduzioni di Wittgenstein; l’insegnamento di Storia della Chiesa; le poesie; gli scritti.
Da ultimo l’attività editoriale propria.
Il centro, il tema costante della sua riflessione, è stata però la sua ricerca sull’essenza del cattolicesimo, che lo tormenta fin da ragazzo, dagli anni di “Discussioni”.
La migliore sintesi del suo pensiero forse è un’intervista a cura di Ennio Abate, pubblicata nel maggio 2005 nel numero 0 di “Poliscritture” (www.poliscritture.it), a proposito di Non c’è più religione, pubblicato poco tempo prima da Garzanti.
“Ho sentito formulare solo da Ivan Illich, un amico morto recentemente, in un suo testo che sto per rileggere e pubblicare, questa domanda: c’è all’interno della professione di fede cattolica, cioè nella vita e nella dottrina del cristianesimo, qualcosa che imponga il suo pervertimento?
Sono di fronte a questa interrogazione. Non so se avrà mai risposta, ma è quella che adesso io mi pongo. Ossia, mi chiedo se quello che fino a poco tempo fa costituiva per me una perversione da parte dell’istituzione del messaggio cristiano non sia invece da intendere come l’unica forma possibile, per cui il messaggio cristiano non può essere che pervertito.”
E, rispondendo a una domanda di Abate sulla “disobbedienza perinde ac cadaver” da lui ritenuta necessaria, e della obbedienza che rimprovera a Balducci e Turoldo, “gli ultimi preti”:
“Nella prospettiva di una corruzione da parte dell’istituzione religiosa del messaggio cristiano, la disobbedienza ha un senso perché corrisponde a un progetto religioso o a un’appartenenza religiosa non rappresentata.
Di fronte alla presenza di un magistero così aberrante e di fronte a manifestazioni di idolatria nei confronti di un pontefice idolatrato, che ha contribuito largamente alla struttura di potere della chiesa, la cosa che si poteva fare o si poteva auspicare è che i credenti, coloro che si ritenevano ancora all’interno dell’espressione di fede cristiana, si ribellassero”.
In questa ricostruzione di sé, che andrebbe letta per intero, colpisce la precisione fattuale della descrizione dei propri incontri con autori che lo hanno segnato -Wittgenstein, Freud. Una traduzione, un lavoro, la necessità di entrare in rapporto, materialmente, con la parola, col pensiero altrui.
Negli ultimi anni ho sentito Michele abbastanza spesso per telefono; l’ho visto abbastanza di rado. L’ultima volta alla fondazione Balducci, alla Badia fiesolana, in uno dei posti più belli del mondo, come casa sua, dietro piazzale Michelangelo, dall’altra parte della città.
Parlava della accettazione della morte e del rischio della memoria senza distacco. Della malattia mortale della memoria che è il trionfalismo, la santificazione.
Parlava del disagio nella civiltà cattolica e nel tempo presente.
Non si corre il rischio di santificare Michele. Era troppo dolce e troppo tagliente. L’affetto e la dura verità.
Un amico, una spina.
Francesco Ciafaloni

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