Se la scuola ti invita a restare a casa

Durante il mese sono stati riferiti al gruppo di persone con cui lavoro, a Torino, i timori di una madre romena, la cui figlia, che frequenta la terza media nella scuola di uno dei quartieri bene della città, sta per compiere 15 anni, per l’invito rivoltole a tenere a casa la bambina dopo il compleanno. A 15 anni l’obbligo finisce; le classi sono affollate; la bambina è in ritardo, ovviamente; probabilmente non proseguirà gli studi. Perché non ritirarla e farle fare l’esame da privatista? La scuola la aiuterebbe a superarlo.
Le cose non stanno proprio così. Col compleanno finisce l’obbligo; ma non il diritto. Ed anche l’obbligo non finisce del tutto. Se la bambina trovasse un lavoro a tempo pieno, non potrebbe accettarlo -o almeno non potrebbe fare il contratto regolare e veritiero- perché resta l’obbligo formativo fino a 18 anni. Ma, purtroppo, la pratica non è nuova. Le scuole concentrano quelli che vanno bene in alcune sezioni, lasciano scivolare quelli che vanno male in altre sezioni e cercano di liberarsi di quelli che vanno peggio. Fino ai primi anni ’70 c’erano le bocciature e le classi differenziali, che riguardavano soprattutto gli immigrati di allora, meridionali e veneti. Poi ci sono stati gli inserimenti in classi basse rispetto all’età, l’invito a passare ai Ctp e l’invito a starsene a casa e a fare gli esami da privatisti. Del passaggio ai Ctp ero ben al corrente; ho scoperto l’invito a starsene a casa  cercando una risposta alla madre romena. Ma gli insegnanti di lungo corso erano bene al corrente.
Cosa c’è di nuovo? Che fino a qualche anno fa le scuole non erano a corto di insegnanti e destinavano qualche distacco, a tempo pieno o parziale, a fare corsi di italiano agli stranieri e a seguire gli ex-allievi che si preparavano da privatisti. Ora non c’è il becco di un quattrino; le classi sono davvero affollate; le insegnanti che vanno in pensione non vengono sostituite. L’invito a starsene a casa è vero. La promessa di aiutare è finta. Che si arrangino.
La madre preoccupata non vuole fare nessuna segnalazione o denuncia ufficiale. Ha un secondo figlio che sta per entrare alle medie ed è in regola con gli anni. Vorrebbe iscriverlo alla stessa scuola della sorella maggiore, che è notoriamente una buona scuola. Non vuole metterlo in cattiva luce. Dice che non è una discriminazione razzistica.
Probabilmente ha ragione. La nipotina di una signora che fa parte del nostro gruppo frequenta le medie allo stesso istituto, in una classe di quelli che vanno bene, e dice che le più brave sono due bambine romene.
Allora cosa c’è di sbagliato? Giustamente le scuole seguono criteri di merito; promuovono e incoraggiano quelli che vanno bene; bocciano e scoraggiano quelli che vanno male. La ragazzina, se fosse in regola, dovrebbe avere al massimo 14 anni in terza media, non 15 e non dovrebbe andare male.
Sì; ma, a differenza del fratellino, che ha cominciato le scuole qui, la bambina ha cominciato in Romania, dove la prima elementare si fa a 7 anni, non a 6; e ha dovuto cambiare lingua, paese, scuola, insegnanti, programmi, amici. La scuola dovrebbe aiutarla a superare le difficoltà; non escluderla. Ma non lo fa. Il sistema dei suggerimenti delle scuole e delle scelte dei genitori spinge i difformi -zingari, stranieri con difficoltà linguistiche, poveri, disadattati- fuori dalla scuola o in quelle scuole -professionali, istituti tecnici senza un vero mestiere- che portano in basso. Soldi non ci sono da sprecare per loro, anche se sono bambini e potrebbero essere davvero educati. Il basso resti in basso. Poi si vedrà.
Francesco Ciafaloni
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