Respingere gli stranieri, dividere i lavoratori

Una raccolta recente di ricerche e interventi -Pietro Basso (a cura di), Razzismo di Stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, Milano 2010- affronta in modo ampio, su scala mondiale, i temi della migrazione e delle sue cause, del lavoro e del dominio sul lavoro, del razzismo a base etnica e religiosa, dell’antislamismo. Non è un pamphlet né una raccolta di pamphlet -sono 627 pagine- ma neppure solo una rassegna di legislazioni sugli stranieri e di condizioni dei lavoratori in mezzo mondo. Piuttosto l’esposizione di una tesi -meglio di alcuni tesi generali interconnesse- sul lavoro, sulla importazione di lavoratori stranieri, insieme consentita perché necessaria e deprecata perché pericolosa, sui modi in cui viene costruita la inferiorità e pericolosità del lavoratore straniero, e, per trascinamento, anche, del lavoro in generale, negli Stati Uniti, in Europa, in Italia.
Il lavoratore, che è tipicamente anche migrante, viene ammesso sempre in ritardo e con cautela a far parte della nazione, che però si costruisce proprio con la migrazione, interna o estera; qualche volta, nelle emergenze, nelle crisi del mercato globale, viene di nuovo espulso dalla nazione -meglio, dalla cittadinanza, dal consorzio civile, dall’umanità.
Uno degli argomenti principali di questa espulsione degli stranieri è, in questo momento, in Europa, l’antislamismo, che non si può estendere a tutti i lavoratori, ma li divide; relega i lavoratori provenienti da una vasta area del mondo in un ghetto fermo, legato al passato, ad una religione presentata come immutabile, proprio mentre il mondo si muove. Ciascuno dei saggi affronta i temi e sostiene le tesi generali riferendosi ad una situazione particolare: due saggi di Justin Akers Chacon sui lavoratori latini nel sud degli Stato Uniti e sulle tragedie ai due lati della barriera costruita sul Rio Grande; due saggi di Dirk Vogelskamp sui lavoratori ospiti e i rifugiati in Germania; due saggi di Dino Costantini sugli immigrati di origini coloniali e sul disastro nei campi di passaggio all’Inghilterra a Calais; due saggi di Fabio Perocco sul razzismo e l’islamofobia in Italia. E poi Biagio Borretti su Castel Vulturno e Rosarno; Luigi Di Noia sui rom; Luigi Ferrajoli sul razzismo istituzionale in Italia; Marco Ferrero sul “pacchetto sicurezza”; Iside Gjergij sulla socializzazione dell’arbitrio nella gestione autoritaria dei movimenti migratori; Arun Kundnani sulla politica antislamica in Gran Bretagna; Dario Lopreno sulla politica antirom in Europa; Marco Pettinò sulla violenza nei confronti di immigrate e immigrati -i morti alle frontiere della Fortezza Europa; Tobias Pieper e Giovanna Russo sui campi. E, naturalmente, l’inquadramento introduttivo, il saggio sui tre temi chiave del razzismo di stato -la cui parte più interessante e originale è la critica all’antislamismo- e la conclusione, di Pietro Basso, che, con Fabio Perocco ha già curato due raccolte su temi connessi: Immigrazione e trasformazione della società (2004) e Gli immigrati in Europa. Disuguaglianze, razzismo, lotte (2008).
è ovvio che di una tale complessa, intrecciata, ricchezza di interventi non si può fare un sunto; meno che mai una recensione vera e propria, che dovrebbe essere insieme mirata sul singolo intervento e complessiva sulla tenuta generale dell’argomentazione. Si possono dare però alcune istruzioni per l’uso; si può aggiungere qualche commento sulle tesi generali; si possono sottolineare alcuni approfondimenti insoliti e benvenuti.
Quasi tutti gli interventi hanno il carattere di denuncia e di proposta. Non sono rassegne di legislazioni o analisi comparate di legislazioni. Non sono però neppure invettive senza contenuto empirico. Se un operatore o un ricercatore, attento ai particolari locali, vuole i dettagli significativi delle norme che regolano l’immigrazione in Europa, o in Italia, fa bene a cercarli altrove: in rete, sul sito di Briguglio, negli atti parlamentari. Ma se vuole farsi un’idea, operativamente utile, di come vanno le cose e del perché vanno così, nei vari casi, ma con un esplicito riferimento al complesso, fa bene a leggere il libro, o i contributi che lo interessano. Se non ne può più di chiedersi perché si facciano sempre norme assurde, fatte per finta, per essere violate, di cui tutti sanno che non corrispondono a ciò che accade realmente, come la sanatoria dei datori di lavoro di due governi fa, o i decreti flussi che si sono susseguiti da allora; se è stufo di cercare di aiutare, in proprio o come ufficio, o come associazione, persone che le leggi sistematicamente opprimono, trova nel libro un ottima base di comprensione ed elaborazione.
Nel complesso le tesi mi sembrano totalmente condivisibili. I lavoratori, dipendenti ed autonomi, sono stati travolti dal mercato globale, dalla finanziarizzazione, dal decentramento delle produzioni altrove, dove i lavoratori costano meno anche perché c’è pieno dispotismo; o, per le produzioni e per i servizi che non si possono trasferire, dalla importazione di lavoratori dall’estero qui, dove il dispotismo dei ricchi è minore, ma dove i non cittadini, di un diverso colore, di un’altra religione, non sono in condizioni di difendersi. Non è un complotto; è un fatto.
Qualche volta c’è un vero e proprio disegno, come nel caso delle grandi banche, o dei fondi d’investimento, o delle multinazionali, dell’energia e della manifattura, che sanno benissimo cosa stanno facendo quando decidono cosa produrre dove, e dove far emergere i profitti, e dove pagare le tasse e pagare i politici dei vari stati.
Qualche volta non c’è nessun disegno, come nel caso dei vicini che si oppongono ai campi rom e li bruciano, dei giovanotti che aggrediscono le straniere sui tram perché non cedono il posto, come avveniva per legge in Sudafrica e negli Stati uniti, dei quartieri che protestano contro il progetto di una moschea, o di politici che sull’area prevista ci portano i maiali, ma sempre all’interno di norme decise da politici consapevoli, che costituiscono il razzismo di Stato.
Ogni immigrazione, che è sempre un fatto e non un disegno, ha però progetti, catene, lealtà, necessità, solidarietà. Ed anche, necessariamente, una componente inconsapevole di crumiraggio. Quando sei assolutamente senza nulla, senza voto, senza legittimità, lavori a qualsiasi condizione. Senza immigrazione, nei paesi che ne hanno la necessità demografica ed economica, come il nostro, tutto si fermerebbe. Non si può che difendere i migranti, i loro diritti, la loro umanità. Ma anche chi difende i migranti non può sfuggire al meccanismo che porta a confliggere con i lavoratori locali deboli, con gli abitanti locali dei quartieri misti. Il linguaggio dei saggi, uno dopo l’altro, può sembrare troppo militante, troppo polemico. Ma, purtroppo, è così che stanno le cose.
Tra gli approfondimenti insoliti e benvenuti, citerei senz’altro l’analisi (di Pietro Basso) dell’Islam, del fondamentalismo islamico, dell’antislamismo. Spesso ci si riferisce all’Islam come a un blocco unico, immutabile, arcaico. Quasi sempre, o addirittura sempre, si mette il fondamentalismo insieme al terrorismo e li si butta via, senza chiedersi se i due termini coincidano sempre, se le tesi sociali degli estremisti siano sostenibili o no, se corrispondano o no alla realtà sociale dei paesi a regime integralista. Pietro Basso ha il merito di non limitarsi a polemizzare con La passione e l’orgoglio di Oriana Fallaci, ma di esporre -e confutare- le tesi dei due fratelli Muhammad e Sayyid Qutb, fondatore della Fratellanza musulmana, di ricordarci che l’eguaglianza, la fine delle classi sociali, che sarebbero il risultato naturale dell’applicazione della sharia sono, nei paesi islamici reali (l’Iran degli ayatollah, l’Arabia saudita, fin troppo nota per le sue disuguaglianze abissali) almeno altrettanto non realizzate della fratellanza dei cristiani. Ma nel saggio ci sono un’esposizione, un inquadramento, una confutazione, piuttosto dettagliati, che, intanto sono un invito a leggere, e a criticare, i testi citati -Islam, the misanderstood religion di Muhammad e Jalons sur la route de l’Islam di Sayyid- che sono reperibili su Librinlinea e poi aiutano a distinguere. Non è una faccenda da specialisti. Parlando con gli immigrati, qui, essere in grado di distinguere la fede personale, la politica, l’estremismo, la violenza, può essere indispensabile.
Anche se i saggi sono realistici, e necessariamente pessimistici, il libro conclude con una citazione di Aimé Cesaire, che pessimistica non è:
“E nessuna razza possiede il monopolio della bellezza, dell’intelligenza, della forza e c’è un posto per tutti all’appuntamento con la vittoria”.
Inshallah!
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