Etnografia del 18

Il 18, come il 4, linea parallela a mezzo chilometro di distanza, è un autobus che attraversa tutta Torino, da piazza Sofia a Mirafiori, da nord a sud, attraverso il centro storico.
Di Mirafiori tutti sappiamo. Piazza Sofia è stata una delle zone di insediamento degli immigrati meridionali che riuscivano a trovarsi una casa fuori dalle soffitte del centro, del quadrilatero, come viene chiamato, come lo è stato corso Giulio Cesare, dove passa il 4. Oggi è, ovviamente, zona di insediamento degli immigrati stranieri.
Questo vuol dire che, nelle ore di inizio mattinata e di fine pomeriggio, quando le famiglie devono andare in centro per fare la spesa, o tornarne -tutte e due le linee passano da Porta Palazzo- o per pratiche burocratiche, o per portare i bambini all’asilo, l’autobus si riempie di vecchie e vecchi italiani etnici -almeno di aspetto- e di giovani madri marocchine, nere, variamente colorate, con bambine e bambini appesi alla mano o nel passeggino. I lavoratori in senso proprio sono passati già da tempo, per andare ai mercati generali, ai kebab, ai negozi o, ma in questo caso vanno verso la cintura e non prendono il 18, alle fabbriche e boite vecchie e nuove. Ci sono anche casi di frontiera: ragazze bionde che potrebbero essere torinesi, ma che, qualche volta, quando parlano risultano rumene, polacche, albanesi, o altro.
Sugli autobus e sui tram, grossi autobus e tram doppi, c’è spesso tensione, perché c’è folla. Una delle somale più note di Torino -si chiama Souad, ha quattro figli, è cittadina italiana, è consigliera di circoscrizione, è bella, porta grandi scialli rosso ed oro, argento e verde- è stata aggredita, prima verbalmente, poi anche fisicamente, da un italiano, perché non voleva cedergli il posto. Siamo sempre a Selma. Ma qui, sembra, i passeggeri si sono schierati con Souad e hanno protestato quando il conducente ha aperto le porte, come da regolamento, per far cessare il conflitto, lasciando che l’aggressore se ne andasse prima dell’arrivo della polizia.

La tensione non è tra italiani di aspetto e stranieri di aspetto, tra bianchi e scuri, tra vecchi e giovani, per semplificare; è tra solidali e conflittuali.
Prendiamo una mattinata tra le altre.
Un vecchio, che sono io, sale al capolinea e si siede. In poche fermate il tram si riempie molto. Tra gli altri ci sono alcune madri con passeggino: una marocchina, una nera, una imprecisata.  Ad una fermata sale un’altra madre marocchina, giovane, col fazzoletto, col passeggino e con una bambina attaccata alla mano. Proteste e commenti perché il passeggino dà fastidio. È evidente che la madre non ce la può fare perché non può reggersi quando il tram accelera e frena. Ovviamente il vecchio cede il posto e viene ringraziato cortesemente. Una ragazza continua a mugugnare per l’ulteriore spostamento del passeggino.
Ad una fermata scende la madre nera. Ha qualche problema, perché c’è dislivello e l’autobus è scostato dall’isola della fermata. Quel tipo di tram ha il pianale per passeggini e sedie a rotelle; ma per attivarlo il conducente deve bloccare il mezzo, scendere, far scorrere il pianale, aiutare il passeggero, rimettere il pianale a posto, ripartire. Se lo facesse per tutte le madri non arriverebbe mai. Lo fa solo per gli invalidi. Un vecchio, un altro vecchio, aiuta validamente la madre a sollevare il passeggino, con dentro la bambina, tutta nerotta nel lenzuolino bianco, e a posarlo sull’isola. Una vecchia, che deve scendere, protesta per la lentezza. Il vecchio perde la calma: “Vai all’ospizio brutta stronza! Non lo vedi che ha la bambina?”. La vecchia ricambia in natura: “All’ospizio vacci tu!”. Su questo reciproco invito all’uso del welfare pubblico la controversia si chiude perché la vecchia, finalmente, può scendere.

Capita spesso che sui tram ci siano persone che materialmente non possono farcela -per i bambini, perché hanno troppi pacchi, perché sono troppo vecchi, perché sono grassi, perché sono sbronzi. Non sempre, ma spesso, qualcuno li aiuta. Nella maggior parte dei casi la solidarietà non è etnica. Ci sono giovani donne dall’aspetto straniero che aiutano vecchi italiani. Ogni tanto qualcuna mi offre il posto, ricordandomi che non sono un giovanotto. Capita più di rado che giovani italiani offrano il posto a signore straniere di una certa età o in difficoltà; ma non è una discriminazione. Molti giovani sono chiusi nel rumore delle cuffie e non si accorgerebbero neanche del secondo Avvento del Messia. Ci sono però segni di differenza.

Può capitare che la straniera o lo straniero, per passare, per timbrare il biglietto, per appoggiarsi, ti dica: “Scusi signore!”. E questo è insolito anche in una città cortese come Torino, dove si sopravvive decentemente anche perché nei negozi è tutto un “grazie”, “prego”, “grazie a lei”, “grazie a chiel” o “grazie a chila” – “lei” lo dicono soprattutto gli stranieri, che parlano italiano; chiel e chila lo dicono i torinesi, che declinano il lei. Il “signore” aggiunto a “scusi” è una forma di ipercorrettismo.

Può capitare anche che ci siano conflitti, in qualche senso, culturali. Ragazze nigeriane, robuste e chiassose, discutono ad alta voce, peggio dei napoletani di una volta, e suscitano le proteste dei silenziosi torinesi. I montanari come me, che all’occorrenza parlano anche molto, ma non fanno chiasso, disapprovano. Ma non commenterebbero neanche sotto tortura.
Non sempre sono cose da ridere. Qualche volta gli attriti sui tram sono finiti a coltellate: tra passeggeri; tra un passeggero e il conducente; tra gruppi di giovani; tra i giovani e il conducente.
Conflitti da disagio, da squallore urbano.

Direi che, quando non si tratta di ideologizzazioni -antislamismo, razzismo- il disagio può diventare conflitto soprattutto se si ha a che fare con comportamenti elementari, necessari in un ambiente povero, insopportabili in un ambiente agiato, per i quali il povero si senta inferiore, in colpa, ma non possa che fare così; il ricco si senta ovviamente umano, civile, nel giusto. Per l’igiene personale, per il modo di liberarsi dei propri escrementi, per l’uso o la incapacità o la impossibilità  di usare i servizi igienici, ci si può anche ammazzare.

Ma queste sono cose che ricordo dai primi spostamenti in giro per l’Italia, nei primi anni Cinquanta, di noi contadini; dai primi arrivi, nei primi anni Novanta, dalla montagna albanese. Non sono cose che avvengono sul 18. Non che io sappia.

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