Scuole libere

Fondata a Leiston, Suffolk, nel 1927 da Alexander Sutherland Neill e oggi guidata dalla figlia Readhead, Summerhill è una scuola molto speciale. Ancora oggi i ragazzi possono saltare tutte le lezioni che vogliono e tutte le decisioni vengono prese democraticamente nei “Meeting”, dove il voto di un bambino di cinque anni ha lo stesso valore di quello del preside. Negli anni Settanta le cosiddette “free school” sorsero come funghi nel Regno Unito, ma poche sono sopravvissute. Nella stessa Summerhill, oggi metà dei 68 studenti vengono dall’estero. D’altronde, con delle tasse che ammontano dalle 3000 alle 5000 sterline non è proprio alla portata di tutti. Readhead però non ha dubbi: non vuole che la sua scuola sia finanziata dal governo che poi casomai vuole dettare legge sull’oragnizzazione dei gabinetti (il fatto che non ci siano bagni separati per insegnanti e studenti qualche anno fa stava per causarne la chiusura). Infatti non le piace che si chiamino “free school” anche le scuole in sperimentazione da un paio d’anni, scuole libere messe in piedi da insegnanti o genitori e però con soldi pubblici. Per distinguersi, ha deciso di definire la propria scuola non “free”, ma “democratic”. In effetti la scuola non funziona in modo anarchico. Anzi il modo di insegnare è piuttosto all’antica. Readhead spiega che siccome i ragazzini vanno in classe solo quando lo decidono, a quel punto ci vanno per imparare.

Ovviamente le contraddizioni non mancano. Qualcuno si interroga su come stanno assieme l’anelito democratico e il fatto che la scuola è in mano alla stessa famiglia ormai da tre generazioni. Su una cosa comunque Readhead non ha accettato compromessi rispetto all’insegnamento del padre: che i bambini non vanno valutati con sistemi standard e che non vanno fatte loro pressioni. Comunque gli ultimi ispettori hanno espresso un buon giudizio sul livello di formazione e sul comportamento di questi ragazzini però non si sa fino a quando lo Stato permetterà che gli studenti di Summerhill non siano sottoposti ai test.

(guardian.co.uk)

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