Lettere ostative – dal carcere di Spoleto

Carmelo Musumeci dal carcere di Spoleto

Chi sono. Sono un “uomo ombra”, così gli ergastolani ostativi a qualsiasi beneficio penitenziario si chiamano fra di loro. Sono un “cattivo e colpevole per sempre”, destinato a morire in carcere se non parlo e faccio arrestare qualcuno, che prenda il mio posto… Sono in carcere interrottamente da ventidue anni, solo una volta, nel maggio 2011, mi è stato concesso un permesso di necessità di undici ore, per andare a laurearmi da uomo libero.
A volte per tentare di vivere devi saper morire.  E io inizio a morire appena mi sveglio al mattino. Normalmente mi sveglio all’alba. Non mi alzo subito. Sto un po’ abbracciato con il mio cuore. E di prima mattina inizio a parlargli:
– Buongiorno!
– Giorno!
– Hai dormito bene?
– Male! E tu?
– Anch’io.
– Come possiamo dormire bene se dobbiamo vivere nel presente e nel passato per sempre?
E non si ha tempo di pensare al male fatto. Piuttosto si pensa sempre al male che riceve dai buoni, tutti i giorni…
All’improvviso, quasi per smettere di pensare, mi alzo di scatto dalla branda. E inizio la mia giornata da uomo ombra. Accendo la televisione. Ascolto il primo telegiornale del giorno. Bevo un bicchiere d’acqua. Mangio una mela. Metto la caffettiera sul fornellino. Bevo il caffè. Faccio i miei bisogni. E inizio a lavarmi i denti. La barba me la faccio ogni tre giorni. Faccio le pulizie in cella. Intanto si sono fatte le sette del mattino.
– Perché lotti? Tanto non potrai mai vincere contro la “Pena di Morte Viva”.
Il mio cuore mi ricorda sempre le solite cose.
Le guardie iniziano ad aprire i blindati delle celle. Noto che la sera il blindato rimbomba di felicità, mentre il mattino scricchiola come se facesse più fatica ad aprirsi che a chiudersi, ma rispondo al mio cuore:
– No! Non mi arrenderò mai.
Ogni volta che le guardie mi chiudono il blindato in faccia provo un brivido di paura nella schiena, invece, quando me lo aprono provo sollievo ed è come se aprissero la mia cassa da morto. Mentre aspetto l’apertura dei cancelli alle otto e mezzo per andare a lavorare, inizio a parlare di nuovo con il mio cuore: – Nessuno dovrebbe essere colpevole per sempre.
E passeggio dentro la cella. Avanti e indietro. Indietro e avanti. Tre passi avanti. Tre indietro.
E osservo la cella, dove vivo da cinque anni.
C’è poco: una branda murata al pavimento, un tavolino, uno sgabello e un paio di stipetti attaccati alle pareti. E poi tanti sorrisi dalle foto nei muri dei miei nipotini. Le pareti sono grigie. Odorano di muffa, umidità e cemento armato. Invece le sbarre della finestra, il cancello e il blindato, puzzano di ferro. Il soffitto è giallo, il colore della nicotina.
Faccio il bibliotecario. Alle nove vado a lavorare. La biblioteca è il posto più bello del carcere perché è il luogo dove mi sento più libero, lì leggo e scrivo. I libri che leggo mi servono per segare le sbarre della mia finestra, quelli che scrivo per scavalcare il muro di cinta. Leggo molto perché i libri servono per imparare ad amare anche i cattivi; alcuni poi spiegano perché le persone sbagliano. Leggo per far continuare a battere il mio cuore. A mezzogiorno ritorno dalla biblioteca in cella. Faccio un pasto frugale. Leggo i giornali. A volte vado all’aria a fare quattro passi. Spesso invece rimango in cella.
Approfitto degli studi fatti in giurisprudenza per fare un po’ di istanze ai miei compagni. Poi aspetto che passi la guardia che distribuisce la posta. Accendo la radiolina. Ascolto un po’ di musica. E inizio subito a rispondere alle numerose lettere che ricevo. Alle sei e un quarto chiudono i cancelli. E non potrò più uscire dalla cella fino all’indomani mattina. Pochi sanno che quando qualcuno gira la chiave di una serratura di un cancello in una cella è come se girasse un coltello nel cuore di un prigioniero.
Accosto il blindato per avere un po’ d’intimità. In carcere siamo circondati da tante persone, ma in realtà spesso siamo solo con noi stessi perché la solitudine è la nostra unica compagnia. Inizio a cucinarmi qualcosa perché quello che passa l’amministrazione è insufficiente e immangiabile. Poi accendo la televisione per ascoltare i telegiornali, per sapere cosa accade nel mondo dei vivi e dei buoni.
Se non c’è niente d’interessante, spengo presto la televisione e mi metto a leggere e a scrivere. In questo periodo sto finendo di scrivere uno dei miei tanti romanzi, che spero un giorno di pubblicare, dal titolo “La Belva della cella 154”. Scrivo, fra l’altro, come li chiamo io, racconti “noir sociali carcerari”, per attirare l’attenzione sulle carceri e sulle numerosi morti che accadono dentro le loro mura.
Intanto si fanno le undici di sera. Il mio cuore mi avvisa, come fa tutte le sere:
– Ci siamo… Un’altra notte da ergastolano…
E dal fondo del corridoio sento che stanno iniziando a chiudere i blindati. Tutte le volte che vedo che mi chiudono il blindato provo una stretta che mi gela il cuore.
– Non fare come al solito… Cerca di addormentarti subito, perché ti avviso che questa notte non ho voglia di confortarti.
Odio il rumore del ferro. La chiave che gira nella serratura. E il rumore del metallo sul metallo. Spengo la luce. Mi metto a letto.
Di notte ci si accorge di più di quanto si è infelici. Soli. E smarriti. La notte è l’ora del dolore.
È il momento più brutto della giornata. Il momento dei sogni persi e del buio.
Quando non riesco a dormire subito, mi alzo dalla branda. Accendo la luce e inizio a passeggiare. Un passo, prima uno, poi l’altro. Un passo, un altro, un altro ancora, uno dietro l’altro. Da un muro all’altro, da una parte all’altra, su e giù per la vita, giù e su per la morte, verso il nulla. Un giorno dopo l’altro.
Ogni tanto mi affaccio dalle sbarre della finestra. Per vedere se nel cielo ci sono le stelle e se c’è la luna. Spesso afferro le sbarre con le mani, le stringo con tutta la mia forza per vedere se riesco a spezzarle. Non ci riesco e allora ritorno nella branda.
Intanto s’è fatta mezzanotte e dico le ultime parole al mio cuore.
– Sogna anche per me un fine pena e per una volta accontentami… Questa notte smetti di battere, perché solo tu mi puoi dare la libertà, perché domani inizierà tutto da capo.
Ogni ora passa la guardia a controllare, per sapere se siamo vivi, se siamo morti, o se siamo scappati. Incomincio a sentire i passi della guardia molto prima che arrivi davanti al mio blindato. Spesso faccio finta di dormire, ma con gli occhi socchiusi la vedo aprire lo spioncino e dopo qualche secondo rinchiuderlo. Poi mi addormento perché non posso fare altro.
Carmelo Musumeci*

*Ergastolano ostativo. Il testo è stato scritto nel carcere di Spoleto, prima del trasferimento a Padova.

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