Disuguaglianze… Francesco Ciafaloni recensisce Thomas Piketty

A partire dal volume di Thomas Piketty, un appunto di Francesco Ciafaloni su povertà, ricchezza e merito, con una postilla sul “capitale umano”, in senso non metaforico.

Re­cen­sio­ne di Tho­mas Pi­ket­ty, Le ca­pi­tal au XXIe siè­cle, Seuil 2013.

Tut­ti quel­li che guar­da­no al­l’e­co­no­mia e al­la so­cie­tà dal bas­so, dal pun­to di vi­sta di quel­li che stan­no peg­gio, si oc­cu­pa­no e pre­oc­cu­pa­no del­le di­se­gua­glian­ze, so­prat­tut­to da quan­do la con­di­zio­ne di chi sta peg­gio -del­la me­tà, dei due ter­zi che stan­no peg­gio- ha co­min­cia­to a peg­gio­ra­re in as­so­lu­to, non so­lo re­la­ti­va­men­te a chi sta me­glio. I let­to­ri di “Una cit­tà” sa­ran­no an­che stu­fi di leg­ge­re di coef­fi­cien­ti di Gi­ni in sa­li­ta, an­che nel­l’Eu­ro­pa del Nord, che è la re­gio­ne più egua­li­ta­ria del mon­do, di at­te­se di vi­ta di­ver­se per clas­se so­cia­le, di po­ve­ri che fi­nan­zia­no le pen­sio­ni dei ric­chi. Il li­bro di Pi­ket­ty (già tra­dot­to in in­gle­se da Har­vard, di pros­si­ma tra­du­zio­ne in ita­lia­no) fa qual­co­sa di più del mi­su­ra­re le di­se­gua­glian­ze. Con un la­vo­ro di ri­co­stru­zio­ne in­no­va­ti­vo nel­le fon­ti e sen­za pre­ce­den­ti nel­l’am­piez­za, ha ri­mes­so la sto­ria nel­l’e­co­no­mia e l’e­co­no­mia nel­la sto­ria. Sul­le fon­ti, co­me os­ser­va­no i re­cen­so­ri più au­to­re­vo­li (Krug­man sul­la “New York Re­view of Books”, tra gli al­tri) l’u­so del­le di­chia­ra­zio­ni dei red­di­ti a fi­ni fi­sca­li, di­spo­ni­bi­li per un se­co­lo ne­gli Sta­ti Uni­ti e in Gran Bre­ta­gna, ha con­sen­ti­to di va­lu­ta­re i red­di­ti e il ca­pi­ta­le an­che per l’1%, per l’1 per mil­le, più al­to, con ri­sul­ta­ti scon­vol­gen­ti.

Nel­l’Eu­ro­pa del 1910, co­me ne­gli Sta­ti Uni­ti del 2010, l’1% più ric­co in­cas­sa il 20% del to­ta­le dei red­di­ti; il suc­ces­si­vo 9% il 30% del to­ta­le: in tut­to il 50% del to­ta­le. Ne­gli an­ni 70 e 80, in Scan­di­na­via, l’1% più ric­co in­cas­sa­va il 7% del to­ta­le; il 9% suc­ces­si­vo il 18% del to­ta­le: in tut­to il 25%. È una bel­la dif­fe­ren­za, no? Ep­pu­re sta­va­no sul­lo stes­so mer­ca­to glo­ba­liz­za­to. I da­ti fran­ce­si sul­le tas­se sul­la pro­prie­tà ter­rie­ra, con­sen­to­no di ar­ri­va­re al set­te­cen­to. Pi­ket­ty è riu­sci­to a da­re l’an­da­men­to nel tem­po del rap­por­to tra ca­pi­ta­le e red­di­to dal­la Bel­le épo­que ad og­gi, met­ten­do­ne in lu­ce il gran­de mu­ta­men­to: un di­mez­za­men­to, in pra­ti­ca, nel pe­rio­do 1930-1970 (quan­do, co­me di­ce De Cec­co, i sol­di si usa­va­no per pro­dur­re e non so­lo per fa­re al­tri sol­di). Da­gli an­ni 70 in poi il rap­por­to ca­pi­ta­le/red­di­to è tor­na­to a sa­li­re fi­no a rag­giun­ge­re ne­gli Sta­ti Uni­ti -e in Ita­lia, non nel­l’Eu­ro­pa set­ten­trio­na­le- i li­vel­li del­l’i­ni­zio del se­co­lo scor­so. So­no tor­na­te a sa­li­re la con­cen­tra­zio­ne e la ere­di­ta­rie­tà del­la ric­chez­za e quin­di è cre­sciu­ta la di­su­gua­glian­za e di­mi­nui­ta la mo­bi­li­tà so­cia­le, non so­lo in Ita­lia e in Eu­ro­pa, ma an­che ne­gli Sta­ti Uni­ti, che sia­mo abi­tua­ti a pen­sa­re mo­bi­li, non sem­pre con gli stes­si ric­chi e ric­chis­si­mi, co­me in­ve­ce è.
Non fac­cio una re­cen­sio­ne, che ri­chie­de­reb­be un ac­cu­ra­to con­trol­lo del­le fon­ti e sa­rà il ri­sul­ta­to com­ples­si­vo del­le let­tu­re di mol­ti pro­fes­sio­ni­sti. Se Krug­man par­la di “ma­gni­fi­ca, tra­vol­gen­te, me­di­ta­zio­ne sul­la di­se­gua­glian­za”, di “li­bro che cam­bie­rà il mo­do in cui pen­sia­mo la so­cie­tà e fac­cia­mo eco­no­mia” (spe­ria­mo), di “ri­vo­lu­zio­ne”, non vi me­ra­vi­glie­re­te che an­che un uo­mo del­la stra­da co­me me sia un po’ col­pi­to. Col­pi­to e con­for­ta­to, di­rei; per­ché con­vin­zio­ni, co­no­scen­ze par­zia­li pro­prie, si col­lo­ca­no be­ne nel nuo­vo qua­dro ge­ne­ra­le. Pos­so so­lo ag­giun­ge­re che il li­bro è scrit­to per es­se­re ca­pi­to; e si ca­pi­sce. Le de­fi­ni­zio­ni so­no chia­re e ven­go­no ri­pe­tu­te quan­do ven­go­no usa­te; i ri­fe­ri­men­ti sto­ri­ci, e let­te­ra­ri, so­no fre­quen­ti.
Non che Pi­ket­ty sia so­lo ad oc­cu­par­si di po­ver­tà e di­se­gua­glian­ze. In Fran­cia c’è un nu­tri­to grup­po di eco­no­mi­sti che la­vo­ra­no su que­sti te­mi, co­me del re­sto in In­ghil­ter­ra e ne­gli Sta­ti Uni­ti. Se si leg­ge in re­te “So­cial Eu­ro­pe” si sco­pre un in­te­ro uni­ver­so. In Ita­lia Mau­ri­zio Fran­zi­ni ha pub­bli­ca­to per la Boc­co­ni Ric­chi e po­ve­ri. L’I­ta­lia e le di­su­gua­glian­ze (in)acet­ta­bi­li, che è mol­to con­vin­cen­te; e scon­for­tan­te. Il con­tri­bu­to più im­por­tan­te, per me, di Pi­ket­ty è la mes­sa in lu­ce del cam­bia­men­to. Sia­mo som­mer­si da com­men­ti che giu­sti­fi­ca­no ogni ne­fan­dez­za col mer­ca­to; che ci spie­ga­no che sia­mo nel mi­glio­re dei mon­di pos­si­bi­li. Ri­cor­dar­si che le co­se van­no di­ver­sa­men­te in po­sti di­ver­si, per de­fi­ni­ti mo­ti­vi; che in pas­sa­to so­no an­da­te mol­to di­ver­sa­men­te; che po­treb­be­ro an­da­re di­ver­sa­men­te in fu­tu­ro, è un ve­ro sol­lie­vo.

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http://unacitta.it/newsite/articolo.asp?id=939

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