Computer nella nebbia

Christopher Mims, sul “Wall Street Journal” spiega perché il futuro dei computer non è nel “cloud”. Da più parti si dice che a breve sarà tutto nella nuvola e ci sono già diverse agenzie che vendono questa possibilità. In realtà le cose non stanno proprio così: la verità è che mettere e prendere la roba dalla nuvola è più difficile di quanto si voglia ammettere.
Il cuore del problema sta nella larghezza della banda. Ora che stiamo entrando nell’epoca dell’Internet delle cose (cioè di una massiccia ed attiva presenza in Rete non solo di umani ma anche di oggetti) e che ciò che ci circonda (dai cellulari agli elettrodomestici) diventa più intelligenti (smart) e connesso alla rete, i limiti della banda e quindi la lentezza stanno diventando un handicap grave. D’altra parte il traffico è ormai davvero notevole. Basti pensare, spiega Mims, che oggi quasi quasi ogni pezzetto di ogni singolo Boeing 747 è connesso alla rete. In un singolo volto ogni singolo motore genera mezzo Tera (un milione di megabytes) di dati (questo permette alla General Electric di controllare lo stato di salute dei componenti).
Fortunatamente, rassicura Mims, una soluzione c’è, ed è di mollare la nuvola per la nebbia. La nuvola è qualcosa lassù nel cielo, lontana e astratta. La nebbia invece è vicina alla terra, vicina a noi e ai nostri dispositivi. Non più quindi grandi e potentissimi server lontani, ma piccoli computer dispersi e collegati tra di loro e soprattutto vicini.
Non è proprio una novità, se ne parla da qualche anno e Simone Vettore aveva già introdotto l’argomento sul suo blog http://memoriadigitale.me/2013/09/30/fog-computing-larchivio-dellinternet-delle-cose/
Cisco e Ibm si stanno muovendo in questa direzione che prevede di cambiare lo scenario che vede i data center al centro e noi e i nostri dispositivi ai bordi della rete. Nel nuovo scenario ci sarà questa rete orizzontale dove ad esempio uno smartphone potrà scaricare un software da un altro dispositivo senza passare per la nuvola. I punti forti saranno
l’elevata distribuzione geografica, la connettività mobile (tramite punti di accesso Wi-Fi), la forte presenza di applicazioni in streaming o, ancora più probabile, in real time. Tipico il caso di un semaforo che deve calcolare in frazioni di secondo come reagire, in base al numero di autovetture, bici e pedoni in procinto di attraversamento, operazioni praticamente impossibili se i dati raccolti dai vari sensori devono fare un giro troppo lungo e soprattutto se quel giro trova un sacco di “imbuti” che restringono la banda.

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