Vinceranno gli autoritari?

“È difficile difendere e promuovere la democrazia liberale all’estero quando funziona così male a casa”. Così commenta Michael Ignatieff sull’ultimo numero della “New York Review of Books” in un lungo articolo dedicato al destino delle democrazie, che oggi sembrano venir soppiantate da regimi tutt’altro che liberali. Negli anni Trenta i viaggiatori andavano a visitare l’Italia di Mussolini, la Germania di Hitler o la Russia di Stalin e tornavano colpiti dall’efficenza. Oggi i turisti vanno in Cina per prendere il treno proiettile da Pechino a Shanghai, e proprio come nel 1930, tornano constatando che le autocrazie riescono a costruire linee ferroviarie ad alta velocità da un giorno all’altro, mentre da noi possono passare decenni prima di riuscire a cominciare.

Ignatieff invita a vedere il recente accordo tra Vladimir Putin e Xi Jinping per quello che è: un’alleanza di stati autoritari che tra l’altro assieme vantano una popolazione complessiva di 1,6 miliardi e occupano uno spazio che va dal confine polacco al Pacifico, dal Circolo Polare Artico alla frontiera afghana. Ovviamente il senso non è che “hanno ragione loro”. Lo stesso Ignatieff infatti non manca di aggiungere: “Il fatto che Singapore e Shanghai siano meglio regolati di Detroit e Los Angeles non è certo una novità. La questione è se il governo autoritario è sostenibile a fronte di richieste da parte della classe media di essere trattati come cittadini, e se tale governo sia in grado di governare shock radicali come un rallentamento economico a lungo termine del tipo attualmente previsto per la Cina”. La discussione è aperta.

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