“I giovani in Italia” – un appunto di Francesco Ciafaloni

Aumentano (solo) i giovani non figli di italiani. Intervento di Francesco Ciafaloni pubblicato sul n. 215 di Una città*.
I giovani come classe di età
I giovani residenti in Italia hanno in comune la caratteristica di essere pochi rispetto alla generazione precedente e quindi alla popolazione, e di essere, in considerevole e crescente percentuale, stranieri.
Delle tre fasce di età in cui vengono suddivise le popolazioni -0-14, giovani; 15-65, adulti; e più di 65, anziani- tra il 2002 e il 2012 quella dei giovani è in leggera diminuzione (dal 14,2 al 14%). Quella degli adulti passa dal 67,1 al 65,1%. Quella degli anziani dal 18,7 al 20,8%. L’indice di vecchiaia arriva a 151,4 anziani ogni cento giovani.

L’indice di dipendenza strutturale, cioè il numero di persone troppo giovani o troppo vecchie per lavorare legalmente ogni cento in età attiva passa da 49,1 a 54,2. È vero che si considerano “giovani” in Italia anche i trentenni, ma, nella popolazione attiva, il rapporto tra il numero delle persone tra i 40 e i 64 anni e quelle tra i 14 e i 39 è passato da 93,5 a 123,2. Ogni coorte è meno numerosa della precedente. La metà più vecchia aumenta; quella più giovane diminuisce.
I morti ogni mille abitanti erano più numerosi dei nati già nel 2002: 9,8 contro 9,4. Nel 2012 sono 10,3 contro 9,0. E bisogna tener conto che gli stranieri sono più giovani e che il numero di neonati figli di una straniera è in aumento, e si concentra a Nord.
“L’incidenza di nati da madri straniere sul totale supera nel Nord il 28% e nel Centro il 23%, mentre nel Mezzogiorno non si arriva all’8%”.
Sono stranieri per la legge in Italia solo i figli di due stranieri, ma la maternità è una realtà fisica e culturale forte quanto la cittadinanza, anche se non ha le stesse conseguenze giuridiche. La diminuzione delle coorti in Italia è in atto dal 1964, da mezzo secolo: due generazioni anche se si tiene conto del ritardo nella nascita del primo figlio. Perciò è diminuito il numero delle donne in età fertile ed è cresciuto il numero delle straniere tra esse. La diminuzione delle nascite degli ultimi anni è dovuta all’invecchiamento delle straniere.
Senza ipotizzare ondate di stranieri giovani in arrivo, per la crisi e perché le albanesi e le rumene giovani sono finite, sono già emigrate in Occidente, bisogna prendere atto che i giovani residenti in Italia, anche nel senso di trenta-quarantenni, che è un limite molto alto, almeno al Nord, non saranno, per un quarto, per un terzo, figli di italiani. Nulla di preoccupante. Gli Stati Uniti, ma anche la Germania, la Francia, l’Inghilterra, in misura minore, hanno altissime percentuali di residenti non figli di cittadini. Se non tutti sono considerati stranieri dipende da leggi meno assurde della nostra. Gli Stati Uniti hanno lo ius soli in senso stretto: sono cittadini tutti i nati sul territorio nazionale, anche se per caso e se figli di immigrati clandestini, da espellere. La Francia ha lo ius soli alla maggiore età, culturalmente inclusivo. La Germania ha avuto uno ius sanguinis molto rigido, che includeva però nella nazione i germanofoni, dovunque abitassero. Oggi naturalizzarsi è possibile, anche se più difficile che in Francia. In Inghilterra la inclusione dei migranti, come cittadini o come denizen, è estremamente frequente, senza la sforzo francese e tedesco sulla inclusione culturale.
La misura più urgente perché l’Italia abbia un futuro è la inclusione dei giovani stranieri nella cittadinanza con una qualche forma di ius soli. Potrebbe discenderne un profondo mutamento nei percorsi scolastici e universitari. L’Italia non ha formato un numero adeguato di specialisti nello studio delle lingue e delle culture europee, mediterranee, africane. Di fronte alle tragedie dell’altra sponda l’atteggiamento prevalente della maggior parte dei media è di chiusura. Anche i commentatori che deplorano l’indifferenza propongono per lo più la chiusura a difesa; l’attacco preventivo; l’intervento umanitario in difesa dei gruppi che in quel momento sono in pericolo e ci sembrano -sono- vittime; sempre però sottolineando la differenza incolmabile tra la “loro” ferocia e la “nostra” umanità.
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