Sanscrito e informatica

Mattur è un villaggio del Karnataka (India), molto legato alle tradizioni: i suoi 5.000 abitanti scrivono e parlano correntemente in sanscrito, i bimbi studiano i Veda -raccolta di testi sacri, alcuni risalenti al 2000 a.c.- dai dieci anni e si osserva rigidamente la divisione castale. Ma ogni famiglia ha almeno un figlio impiegato come programmatore informatico, spesso all’estero, e per strada si incrociano anziani vestiti tradizionalmente portarsi all’orecchio uno smartphone. Ne ha parlato l’Economic Times.

Alcuni giovani, che lavorano o hanno studiato all’estero, hanno cominciato -timidamente- a notare la rigidità che permea il villaggio. “A mamma non piace che inviti a casa amici di altre caste -racconta un giovane programmatore che ha chiesto l’anonimato- e io la capisco. Ci vuole tempo per accettare i cambiamenti”. Prafulla MS, insegnante di sanscrito alla scuola locale, è più impaziente: “Sposarsi? Bisogna farlo secondo le regole, che impongono una settimana di festeggiamenti, una serie di rituali… Tutto molto costoso. E chi non ha i soldi?”.

Nonostante la tensione tra generazioni su alcune tradizioni, ce n’è una su cui sembrano tutti concordi: l’uso quotidiano del sanscrito. Anche i più giovani pensano sia utilissimo. Yadu lavora alla Hewlett Packard, e ritiene che sia quello il segreto della predisposizione dei giovani di Mattur all’informatica. “È la lettura dei Veda in sanscrito che ci dà l’attitudine a logica e matematica”.

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