Editoriale del n. 218 di Una città

La copertina è un atto dovuto.
La “visita”, in penultima, è alla tomba di Said Mekbel, giornalista di “Le Matin” assassinato il 3 dicembre 1994, il giorno stesso in cui aveva pubblicato le seguenti parole: “È lui quel ladro che la sera torna a casa camminando rasente i muri; il padre che raccomanda ai figli di non parlare del lavoro che fa; il povero cittadino al palazzo di giustizia in attesa di andare davanti ai giudici… Il vagabondo che non sa più dove trascorrere la notte. […] Quest’uomo che non vuole morire sgozzato, è lui. Il corpo su cui ricuciono una testa tagliata, è lui. È lui che con le mani non sa fare altro che scrivere i suoi piccoli pezzi. Lui che spera contro la speranza, dato che le rose nascono sui mucchi di letame. Lui che è tutto questo e solo questo: un giornalista”.
Said Mekbel era reduce da un giro di conferenze in Europa per raccogliere solidarietà ai democratici e ai civili algerini sotto attacco dei terroristi islamisti. Aveva incontrato il gelo; peggio: il sospetto di essere mandato dai servizi di sicurezza del regime algerino. Era rimasto talmente sconvolto da scegliere consapevolmente di mantenere le sue abitudini quotidiane nel momento in cui tutti i suoi colleghi entravano in semiclandestinità. Fu ucciso nel ristorante in cui pranzava ogni giorno.
L’Europa non aveva capito o non aveva voluto capire.
Avremo capito ora?

La manifestazione è stata entusiasmante. Ce la racconta la nostra collaboratrice Sulamit Schneider. Lì abbiamo visto l’Europa che sogniamo ma che temiamo non arrivi mai. E però passano i giorni e la sensazione che stia subentrando il desiderio di “liberarsi” di quel che è successo si fa strada.
Le discussioni assurde sull’opportunità o meno di pubblicare vignette raffiguranti Maometto, ma che denunciavano in realtà le imprese di islamisti fanatici che tagliano le teste a innocenti, che sequestrano ragazze per costringerle a matrimoni forzati, di un giorno o più, che praticano la pulizia etnica e religiosa dei civili, fanno una certa impressione. Ci piace già pensare che senza quelle vignette i redattori di “Charlie Hebdo” sarebbero vivi e noi tranquilli? Ma i quattro ebrei? Cosa c’entravano con le vignette? Vogliamo ridurci, di nuovo, a darli per scontati come obiettivo?
Philip Golub giustamente ci dice che il vero scopo degli islamisti è la conquista del Medio Oriente, il che vuol dire che gli attacchi di Parigi sono una precisa intimidazione a non continuare nei bombardamenti mirati che sono riusciti a fermare la loro avanzata. È questo il messaggio: se vogliamo star tranquilli dobbiamo lasciarli prendere Kobane, mettere sulle inferriate le teste dei suoi eroici difensori e farci giocare attorno i ragazzini. Altro che vignette! Ed è su questo terreno che loro valuteranno il successo del loro attacco e dei prossimi.
Cosa faremo? Cosa stiamo facendo?
La vignetta che pubblichiamo, di Charb, richiama l’Inquisitore dei Karamazov: se i profeti tornassero sarebbero uccisi dai loro. Esprime la speranza che l’interpretazione letterale dei testi ne tradisca lo spirito: se Maometto introdusse l’obbligo del velo per le donne per proteggerle dai clan che nelle loro guerre usavano lo stupro come arma, bisogna chiedersi che cosa oggi protegga le donne. L’istruzione -ci diceva il Mufti di Marsiglia- e quello è ciò che vorrebbe oggi Maometto. Speriamo con tutto il cuore che abbia ragione.
Dedichiamo questo numero a Frédéric Boisseau, Franck Brinsolaro, Cabu, Elsa Cayat, Charb, Honoré, Bernard Maris, Ahmed Merabet, Mustapha Ourrad, Michel Renaud, Tignous, Wolinski, Philippe Braham, Yohan Cohen, Yoav Hattab, Clarissa Jean-Philippe e Francois-Michel Saada. È nel loro nome che dovremmo dedicarci di più alle nostre periferie e fare, con tutte le forze che abbiamo, la giusta guerra contro il nuovo fascismo.

Il sommario del n. 218 dal nostro sito:
http://unacitta.it/newsite/sommari.asp?anno=2015&numero=218
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