“La regina di Merka”. Di Francesco Ciafaloni

Per gli appunti di Francesco Ciafaloni, la storia di Starlin Harush*.

La strage di 148 studenti dell’Università di Garissa, in Kenia, da parte di militanti islamisti somali di Al Shabab, il 2 aprile scorso, ha suscitato una grande emozione, aggravata dalla selezione degli uccisi in base al credo religioso. Sono stati uccisi cristiani, cattolici e protestanti; risparmiati gli islamici. All’emozione, anche per alcuni dettagli macabri, si è aggiunto lo sconcerto perché la polizia è intervenuta sette ore dopo l’inizio dell’attacco, perché sarebbe coinvolto il figlio di un alto funzionario del Governo keniano; perché il Governo ha minacciato di deportare nel loro paese i somali di un campo profughi al di qua del confine, che ospiterebbe 400.000 persone e, forse, darebbe rifugio agli shabab.

Si sono viste in televisione (in particolare alla Bbc) capannucce tutte uguali, alte poco più di un metro, a perdita d’occhio, nella piana polverosa, come all’inizio di “Vai e vivrai” (la storia del bambino spacciato per falascià dalla madre, per farlo accettare in Israele). L’enfasi prevalente dei media è sulla guerra di religione, sul nemico islamista (se non, più semplicemente, islamico) potente, universale e minaccioso, che “muta nome perché muta lato”, ma che certo opera a nostro comune danno.
La realtà, per quel che ne può capire un lettore di libri e giornali, è forse orribile davvero, ma molto più complicata. Soprattutto all’origine di molto orrore, senza risalire alla Guerra d’Etiopia, ci sono proprio le grandi potenze e, in particolare, in Somalia, per ovvi motivi, l’Italia.

Tra due rive
A Torino, chi lavora con gli immigrati, ha incontrato i somali (in effetti soprattutto le somale) una trentina di anni fa, nelle associazioni universalistiche e nei gruppi di ricerca. In un ambiente di immigrati molto connotati politicamente, con storie di resistenza o di espulsione alle spalle, esiliati politici in sostanza, le somale, malgrado, alla fine degli anni Ottanta, si fosse alla vigilia della caduta del Governo di Siad Barre, facevano eccezione, non sembravano avere una posizione politica in senso proprio. Questo rendeva un po’ reticente il loro rapporto con eritrei, ruandesi, maghrebini, ma certo non le metteva in difficoltà con i -pochi- ricercatori italiani del gruppo, che cercavano di mettere in luce la realtà sociale e culturale, i rapporti di lavoro, dei migranti, non le loro opinioni politiche, anche se le ascoltavano volentieri.
La vera sorpresa fu il livello di istruzione delle somale, alto, forse più alto di quello degli altri migranti, malgrado il 94% di analfabetismo femminile delle statistiche correnti. Avevamo cercato delle interpreti, pensando che poche parlassero italiano, che lì non si insegnava più nelle scuole, salvo all’Università nazionale somala. Non ce ne fu bisogno. In sostanza, le somale di Torino, anche quelle che facevano le serve, venivano dal vertice sociale del paese; forse dall’un per mille più alto della società somala (continua al link sottostante).

Pubblicato nel n. 221 di Una città. Leggi tutto qui:
http://www.unacitta.it/newsite/articolo.asp?id=1048

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