La riorganizzazione dei servizi per l’impiego: e la governance? (S. Bevilacqua e A. Franceschina)

Gli autori del post sono Sergio Bevilacqua, esperto di interventi rivolti alle organizzazioni che erogano i servizi per l’impiego, e Alida Franceschina, esperta di interventi rivolti a persone senza lavoro e counselor professionale.

Il Jobs Act è in dirittura di arrivo e uno dei decreti legislativi in discussione riguarda i servizi per l’impiego pubblici e privati, il ruolo delle regioni nella gestione dei servizi, la destinazione delle funzioni in passato demandate alle province, il collocamento mirato delle persone disabili e i diritti e doveri delle persone disoccupate. Sostanzialmente si stanno per ridefinire strategia, obiettivi, modalità operative dei servizi che si occupano delle persone senza lavoro: sia pubblici che privati.

Siamo quindi a una svolta storica, è interessante vedere come si presenta questo appuntamento partendo innanzitutto dal modo in cui si è arrivati alla scadenza. Ci arriviamo “all’italiana” senza un’accurata valutazione del modo in cui si è operato fino a ora. Valutare non è mai semplice, tanto più nel nostro paese dove ogni regione e provincia autonoma si è mossa per conto proprio. Quindi sulla carta sarebbe stato giusto farlo ma l’operazione sarebbe stata effettivamente molto complessa. La soluzione è stata non fare niente. Si sarebbe potuto promuovere almeno una autovalutazione da parte dei diretti interessati. Così è stato per le agenzie private di somministrazione di manodopera (denominate anche agenzie per il lavoro, Apl) che si sono autopromosse in blocco presentandosi come la punta di diamante del sistema. In questa autopromozione hanno trovate alcune alleanze su cui ritorneremo più avanti.

Siamo arrivati all’italiana perché non ci si è posti il problema della transizione dei servizi pubblici. I servizi erano erogati dai centri per l’impiego che dipendono tutt’ora dalle province. Sempre alle province rispondono gli operatori che si occupano di coordinare le varie azioni di contrasto alla disoccupazione e anche il cosiddetto collocamento mirato disabili che si occupa dei servizi di inserimento lavorativo delle persone disabili.

I provvedimenti presi dai governi Monti, Letta e Renzi sulla progressiva riduzione e poi scomparsa delle province hanno avuto effetti significativi sulla riorganizzazione dei servizi. Si tratta ora di definire a quali istituzioni “agganciare” i servizi per l’impiego pubblici. La decisione finale ha identificato un’agenzia pubblica, l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal), che integrerà organismi ministeriali, società legate al Ministero del lavoro (Italia Lavoro, Isfol), le strutture provinciali, i centri per l’impiego e anche le strutture regionali.

Il tema dell’integrazione è decisamente complesso, in questo caso la sovrapposizione con la dimensione istituzionale (la scomparsa delle province e la contemporanea nascita delle aree metropolitane) ha sicuramente aumentato il numero di variabili da gestire. È però mancata la pianificazione dei vari passaggi e soprattutto la condivisione con i diretti interessati (gli operatori dei CpI, delle province e delle regioni) delle varie fasi del processo decisionale.

Si è deciso di cambiare in modo radicale senza avere la minima consapevolezza dell’importanza del coinvolgimento degli operatori nel processo avviato. Come se la visibilità fosse in se pericolosa, portatrice di ulteriori complessità e non invece una risorsa da utilizzare per consolidare i diversi momenti del processo di cambiamento in atto. Parallelamente altri organismi della pubblica amministrazione come il Ministero di Giustizia hanno avviato cambiamenti altrettanto radicali (il cosiddetto processo di umanizzazione delle carceri dovuto alla sentenza dell’Unione europea) con modalità coraggiosamente più aperte al coinvolgimento dei diversi attori.

Torniamo a questo punto alle alleanze delle società di intermediazione, le cosiddette Apl, le uniche che si sono auto valutate con esiti molto brillanti. Innanzitutto partiamo dagli esiti: le Apl affermano che i servizi per il lavoro gestiti dalle loro agenzie creano posti di lavoro reali. E il dato numerico da loro ragione. È interessante però vedere da vicino la modalità di funzionamento. Le agenzie “gradiscono” prendere in carico le persone senza lavoro quando hanno la certezza di una richiesta da parte di un’azienda. La richiesta la possono individuare le agenzie che per mission si occupano di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Oppure la richiesta può essere portata dallo stesso candidato.

È bene capirsi perché il passaggio non è indifferente. Mentre un disoccupato che si presenta a un centro per l’impiego viene accolto (in modo diverso a seconda degli stili e degli standard di servizio presenti nei vari centri), viene inserito in una baca dati e in un processo di presa in carico che dovrebbe portarlo all’inserimento lavorativo, nelle Apl non funziona così. O meglio il disoccupato può anche presentarsi, ma il suo curriculum è destinato ad arenarsi. Va invece avanti e viene preso in considerazione se esiste una precisa richiesta da parte di un’azienda. Oppure se il disoccupato porta con sé anche un contatto con un’azienda. Nei centri pubblici l’attenzione è sul disoccupato ed è uguale per tutti. Nelle Apl l’attenzione è sui candidati richiesti dal mercato.

Si potrebbe obiettare che l’approccio pubblico è destinato a risultati molto poveri mentre quello delle Apl è più realistico. A parte i numerosi casi di centri per l’impiego pubblici che garantiscono esiti molto significativi (vedasi qui: https://slosrl.wordpress.com/2014/09/01/centri-per-limpiego-e-una-questione-di-efficacia-ed-efficienza/).

questo è un problema molto serio che andrebbe affrontato senza cadere nelle logiche referendarie (pubblico si, pubblico no) cui si indirizzano molti attori. Tra questi la Regione Lombardia, che non perde occasione per elencare gli esiti delle cosiddette “doti lavoro” (i voucher per l’utilizzo dei servizi per l’impiego).

È un problema serio perché se un’agenzia è pagata da un’azienda per cercare un candidato non si capisce perché debba essere pagata una seconda volta dallo Stato per trovare il posto ad un disoccupato. I soldi dello Stato (e della Regione Lombardia che sostiene questo modello) costituiscono un utilizzo non efficace di risorse pubbliche. Non solo, ma indirizzano gli enti che possono utilizzare la dote lavoro (che sono accreditati presso la Regione) verso una modalità che nel corso del tempo privilegerà i cosiddetti “disoccupati forti”, non certo quelli con anzianità elevate, titolo di studi bassi e professionalità povere. Anche perché se un ente accreditato non garantisce il collocamento della persona in carico subisce una valutazione negativa secondo il sistema di rating regionale.

Come si vede i temi legati alla riorganizzazione dei centri per l’impiego sono molto complessi e hanno un impatto sulla res pubblica molto elevato: non solo sugli operatori ma anche sui destinatari dei servizi e sugli assetti dei vari attori pubblici e privati.

Non si capisce il torpore che caratterizza il dibattito in atto. A iniziare dalle organizzazioni sindacali, continuando con i partiti politici. Sull’articolo 18 si è assistito ad un dibattito nazionale feroce. In quel caso la platea dei diretti interessati dagli effetti era costituita da poche migliaia di persone. In questo caso parliamo di servizi che dovrebbero riguardare milioni di persone disoccupate; giovani, over 50, donne escluse dal mercato del lavoro. Insomma tanti gruppi sociali che dovrebbero stare a cuore alla politica e alle organizzazioni sindacali. Ma a oggi il silenzio avvolge il tema. È venuto il momento di cominciare ad affrontare le tante questioni connesse alla riorganizzazione dei servizi per il lavoro e ai decreti in discussione al parlamento, in modo trasparente.

Sergio Bevilacqua, Alida Franceschina

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5 Comments

  1. In effetti, il timore di una visibilità dei servizi pubblici per l’impiego, l”avevo notato anche io. Tutto il sistema, ma in sordina, va avanti. Sembra abbiano paura della loro ombra..invece di cogliere questo momento importante (senza accezioni lo scrivo) come una potenziale opportunità, i movimenti ci sono, eccome se ci sono, ma sono “autoreferenziali”, sono movimenti in cui le parti che operano quotidiamente sono volutamente escluse da analisi, proposte, etc,
    Purtroppo c’é un sindacato consenziente perché volutamente ed esclusivamente attento a gestire (tra l’altro) parte dei lavoratori oggetto della riforma…c’é un velo che copre, soffoca idee, valori, esperienze, proposte intelligenti…invece….invece la questione, secondo me, é politica, parlo di ina politica funzionale a interessi di potere ed economici. Le complesse e reali motivazioni (che poi si riducono a 2, 3 parole) sono nascoste da false attenzioni ai bisogni.
    Non credo ad una diffusa epidemia di stupidaggine e ignoranza..non esiste il vaccino.
    E le spiegazioni sono ben altre!!!

  2. ll ema della riorganizzazione dei servizi per l’impiego pubblici riveste un ruolo importante riguardo la presenza e la gestione pubblica di tale settore. Ma c’é un “ma”….sembra concretamente che non interessi fino in fondo. Silenzio diffuso, decisioni organizzative prese all’ultimo minuto (e conosciute in modo indiretto)..non so. In Lombardia c’é poi la doppia direzione: le Afol da una parte e l’Anpal “di Renzi” dall’altra. C’é la Città Metropolitana in Afol, ci sono i sindacati che si muovono in ordine sparso, c’é…non c’é, anzi, una politica (a mio avviso) coordinata che segua una visione condivisa (non dico dagli operatori, non sia mai, ma almeno ai vertici!). C’é la Regione Lombardia che spavaldamente porta avanti il.suo bel progettino Dote (di cui l’unica preoccupazione é risparmiare risorse “mettendo in competizione pubblico e privato”..come se fossero la stessa cosa, come se in questo.modo l’occupazione posda crescere!!!) e che sembra non gradisca affatto la “centralizzazione”, il controllo e rafforzamento del pubblico…insomma: la questione é sempre e solo politica in prima istanza. Poooi, forse, c”é una preoccupazione (forse indotta da obblighi istituzionali) gestita comunque in malo modo (si veda sempre la Dote). É una enorme tristezza..enorme..invece di andare avanti, la politica, il cui ruolo é indubbiamente importante, di fatto crea barriere e altro.
    Alessandra Gallo

  3. ll tema della riorganizzazione dei servizi per l’impiego pubblici riveste un ruolo importante riguardo la presenza e la gestione pubblica di tale settore. Ma c’é un “ma”….sembra concretamente che non interessi fino in fondo. Silenzio diffuso, decisioni organizzative prese all’ultimo minuto (e conosciute in modo indiretto)..non so. In Lombardia c’é poi la doppia direzione: le Afol da una parte e l’Anpal “di Renzi” dall’altra. C’é la Città Metropolitana in Afol che non naviga tanto bene, ci sono i sindacati che si muovono in ordine sparso, c’é…non c’é, anzi, una politica (a mio avviso) coordinata che segua una visione condivisa (non dico dagli operatori, non sia mai, ma almeno ai vertici!). C’é la Regione Lombardia che spavaldamente porta avanti il suo bel progettino Dote (di cui l’unica preoccupazione é risparmiare risorse “mettendo in competizione pubblico e privato”..come se fossero la stessa cosa, come se in questo modo l’occupazione cresce miracolosamente!!!) e che sembra non gradisca affatto la “centralizzazione”, il controllo e rafforzamento del pubblico…insomma: la questione é sempre e solo politica in prima istanza. Poooi, forse, c”é una preoccupazione (forse indotta da obblighi istituzionali) gestita comunque in malo modo (si veda appunto la Dote). É una enorme tristezza..enorme..invece di andare avanti, la politica, il cui ruolo é indibbiamente importante, di fatto crea barriere e altro.
    Alessandra Gallo

  4. Ciò che Sergio descrive sulla presa in carico del disoccupato é reale: se la persona é occupabile se ne occupa l’agenzia. Se solo presenta elementi critici in termini di reinserimento il pacco é pronto per il servizio pubblico! Troppo facile!! Troppo!! Il servizio pubblico sa svolgere benissimo e meglio il lavoro del privato!! Sa tenere le reti, sa interloquire…per essere esatti, però, identificando meglio il servizio pubblico, sono gli operatori che quotidianamente svolgono questo lavoro!! Il servizio pubblico sono loro e non chi li sovrasta, li soffoca, li esclude a priori dalla possibile progettazione partecipata di azioni utili al sistema. Chi si occupa di governance forse sa fare solo questo, di politiche attive credo che in fondo in fondo ne sappia meno di me e i lavoratori li utilizza come pedine di una scacchiera..sposta quì, metti lì..il sindacato (generalizzo ovviamente) ha un atteggiamento di eventuale contrarietà in taluni casi ma adeguandosi all’andazzo nazionale non prende posizione una volta per tutte!! Ha perso la battaglia da tempo, sia sul versante datoriale (anche se pubblico) sia su quello dei lavoratori. Il quadro descritto si riferisce alla realtá di Milano e provincia e ora con l’Anpal e i relativi cambiamenti previsti per i centri impiego, non si sa cosa succederà. La mancanza di unitarietà nei servizi per l’impiego e l’esistenza di esperienze diverse e volontà diverse, soprattutto, non fanno presagire nulla di buono….

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