Il battaglione dimenticato

“Dopo il sesto suicidio all’interno del suo vecchio battaglione, quella sera Manny Bojorquez si gettò sul letto, e con accanto un bottiglia vuota di Jim Beam e una pistola in mano scoppiò a piangere”.
Così comincia un lungo e intenso reportage di Dave Philipps del New York Times sul destino dei membri del Secondo battaglione del Settimo Marines che nel 2008 rimase otto mesi nella provincia afghana di Helmand, in condizioni estreme.
L’ultimo suicidio, quello di Joshua Markel, suo mentore all’epoca, aveva sconvolto Manny. Al ritorno Joshua si era fatto una famiglia, aveva un lavoro, degli hobby, sembrava solido, ma poi una sera, mentre guardava una partita di football con gli amici, è salito in camera e si è sparato.
Manny ha iniziato a pensare: se non ce l’ha fatta lui, che chance ho io?
A distanza di sette anni, il suicidio sembra diffondersi come un virus in quel battaglione: su 1200 marines impiegati nell’unità 2/7, ben 13 si sono tolti la vita e quattro solo lo scorso anno.
Matt Havniear, all’epoca caporale, spiega che all’inizio queste morti lo facevano arrabbiare, poi l’hanno cominciato a intristite, ma dopo il decimo episodio ha avuto la tremenda percezione che fosse inevitabile.
Abbandonati dalle istituzioni, questi ragazzi, che perlopiù hanno tra i 22 e i 30 anni, hanno pensato di metter su un sistema per monitorare i compagni più in difficoltà ed esser pronti in caso di allarme. Ma non basta. C’è come un’ombra che rimane nelle vite di queste persone e che non se ne va via. E c’è molto da dimenticare e che invece si continua a ricordare.
Manny non sa perché è ancora vivo; la sera in cui aveva preso la fatidica decisione è poi collassato sul letto. Qualche giorno dopo era al funerale del suo mentore. La madre di Markel lo ha avvicinato e gli ha intimato: “Promettimi che non farai mai passare a tua madre attraverso tutto questo”. E Manny ha promesso.

(nytimes.com)

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