I rifugiati e l’Isis

Gli strateghi ci insegnano che non bisogna combattere la guerra che i nostri nemici vogliono che noi combattiamo. E la paura è sempre un pessimo consigliere. Così comincia un lungo e appassionato intervento di Michael Ignatieff apparso sulla “New York Review of Books” per dire che è tempo che gli Stati Uniti ricordino cos’hanno fatto nel 57, quando hanno accolto gli ungheresi, o dopo il 75, quando hanno messo in salvo 130.000 vietnamiti e ancora il 1999, quando in un solo mese hanno aperto le porte a 4000 kosovari. L’Amministrazione Obama deve accogliere l’appello dell’Alto Commissariato per i Rifugiati e accettare 65.000 profughi. Niente rispetto ai quattro milioni in fuga dalla Siria, ma un segnale importante per incoraggiare altri paesi a fare la propria parte. Così come sarebbe importante, continua Ignatieff, far capire a Cina e Russia, membri del Consiglio di Sicurezza, che essere leader globali vuol dire anche assumersi delle responsabilità. Per ora la Cina non ha fatto pressoché nulla per alleviare questa crisi e anche la Russia non si è distinta per generosità negli aiuti.
Se l’Isis vuole convincere il mondo dell’indifferenza dell’Occidente per la sofferenza dei musulmani, accogliere i rifugiati e puntare al più presto a un cessate il fuoco in Siria (che veda al tavolo anche l’opposizione ad Assad) è un ottimo modo per iniziare a dimostrare il contrario.
(nybooks.com)

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