La filiera americana

Nel 1995, quando Rabin venne assassinato, i coloni israeliani erano 140.000, un “cancro” li aveva definiti, in privato, ancora nel 1977, il primo ministro. Oggi sono circa 380.000, senza contare quelli di Gerusalemme Est. Il loro peso politico, in un governo che non è mai stato così a destra, è “senza precedenti”. Il 15% di loro viene dagli Stati Uniti. Negli ultimi anni si è scoperto che dietro alcuni episodi di terrorismo ebraico c’erano proprio i coloni d’oltreoceano. Il 25 febbraio del 1994, Baruch Goldstein, colono di Brooklyn, massacrò 29 palestinesi. Il 31 giugno 2015, nel villaggio di Douma, vicino Nablus, un estremista ha incendiato un’abitazione palestinese uccidendo un bambino di 18 messi e i suoi genitori. Faceva parte dei “giovani delle colline”, movimento messianico estremista. L’ideologo, 24 anni, è il nipote di un rabbino americano, Meir Kahane, fondatore del movimento razzista Koch.
Sara Hirschhorn, studiosa di d’Oxford, ricorda che la prima generazione “americana” era al 95% democratica, militanti dei diritti civili. Oggi prevalgono nettamente i repubblicani. David Ben-Meir, nato a Chicago, da un padre sopravvissuto alla Shoah e da una madre deportata in Siberia è arrivato in Israele nel 1975, insegna il Talmud ai giovani. Le sue uniche proprietà sono i libri e i figli, a cui non ha insegnato l’inglese. Per lui alla fine ci sarà un unico stato: Israele. I palestinesi avranno un permesso di residenza e potranno votare alle elezioni locali. Il resto dovranno “meritarselo”.
Elie Pieprz, consulente, è invece impegnato a tenere rapporti tra Israele e Stati Uniti. In particolare con la destra americana verso cui cerca di indirizzare i voti di chi in Israele ha la doppia cittadinanza. Per lui è fuori dicsussione che i coloni possano costruire dappertutto: “è ridicolo considerare la nostra presenza come un ostacolo alla pace. Prima che noi arrivassimo in Giudea e Samaria qui non c’era niente”.
(lemonde.fr)

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