Un villaggio etiope

A Abreha we Atsbeha, un villaggio arroccato a 2000 metri sul livello del mare nel nord dell’Etiopia, noto per ospitare una delle più antiche chiese rupestri del paese, i 5000 abitanti, tutti agricoltori, non hanno più il problema della siccità.
La storia di questo paesino, racconta Emeline Wuilbercq su “Le Monde”, sembra una favola. Nel 1990 la situazione era diventata drammatica: mancava l’acqua per uomini e animali, mancava il cibo, la minaccia di un esodo massiccio dal paese era reale. Il governo allora sfidò la popolazione: o andarsene, o lavorare duramente per fare del paese un laboratorio di agricoltura sperimentale. Ad Abreha we Atsbeha hanno raccolto la sfida: hanno scavato pozzi sotterranei, costruito dighe per trattenere l’acqua piovana, rifatto le rive dei fiumi, ruotato e diversificato le colture, costruito terrazze, piantato alberi. La fatica è stata ripagata e oggi addirittura il villaggio distribuisce l’acqua in eccesso ai vicini.
Il merito è anche di Abo Hawi, il capo villaggio, che ha capito che senza disciplina non si sarebbe andati da nessuna parte. C’è infatti un patto: gli abitanti offrono ogni anno quaranta giorni di lavoro per la comunità.
Ma il risultato più bello è che nessuno se ne vuole più andare e anzi qualcuno è tornato.
(lemonde.fr)

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